Gran finale per il progetto Picitti Stories – Tempo Presente.

Condividi:
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Come viviamo il tempo presente? Una domanda a cui è difficile rispondere. Ci ha provato l’associazione Conimieiocchi che per diversi mesi, ha studiato Acri, paese montano delle provincia di Cosenza, il suo territorio,  i suoi abitanti. Il progetto, cofinanziato dalla Regione Calabria, prende il nome di Picitti Stories – Tempo Presente, alla sua seconda edizione. E si ispira al quartiere più antico della città di Acri, oggi abbandonato e diroccato. L’associazione ha lavorato in partenariato con la Città di Acri, il comitato Pro Centro Storico, la Fondazione Padula, l’associazione LiberAccoglienza, la FIDAPA, Legambiente Acri.

La sintesi di questa ricerca è stata rappresentata in uno spettacolo teatrale itinerante che ha coinvolto anche la comunità acrese.

Il rito finale si è rivelato una sequenza complessa di atti simbolici – attraverso lo storytelling, la videoart e il soundscapes – rappresentazione dell’elaborato rapporto tra la vita sociale e la sua figurazione culturale; una performance trasformativa che ha rivelato importanti classificazioni, categorie e contraddizioni dei processi culturali.

Una sfida scenica che ha spinto il collettivo artistico a mettere a nudo la quotidianità delle aree interne della Calabria, nell’epoca postmoderna.

Il percorso itinerante è stato suddiviso in 3 momenti – TEMPO PRESENTE, IMMAGINAZIONE/TRASFORMAZIONE, LA FIABA – anticipati da un’anticamera che ha accolto il pubblico con l’installazione di un tavolo su cui erano adagiati diversi oggetti recuperati dalle case abbandonate de I PICITTI. Una scarpetta, bicchieri rotti, pentole arrugginite, pietre e frammenti di tegole, un cuscino lacerato e le parole narranti “un tempo giusto per riparare” i pezzi di cui siamo fatti.

Il momento del TEMPO PRESENTE è stato creato da più forme espressive:  dalle azioni degli attori, alla videoart, al soundscapes. Una  rappresentazione delle forme di catalogazione della realtà, non più affidata solo alla memoria personale, ma al digitale e al social, in cui l’alienazione, l’ossessione, le paure, tengono imprigionato l’uomo del presente nella sua zona di comfort. Un luogo che pullula di oggetti-trappola. Telefonini, televisori, tapis roulant sembrano fare compagnia all’uomo del presente. Solo e immerso nel buio. A mettere in scena questa parte della performance l’associazione T.A.M.M., partner del progetto.

Di contro, le videoinstallazioni hanno raccontato miseria e bellezza di queste terre, mentre le voci dei giovani intervistati, con le loro riflessioni sul tempo presente, hanno scandito le immagini e aperto interrogativi sul restare o andare altrove. Grande dilemma per chi vive in queste terre.

Questo primo ambiente si è chiuso con un coro di signore anziane e il loro “lamento”. La parola chiave è stata “un c’è ‘nenti, chine te senta”, dichiarando il senso di abbandono del territorio e la difficoltà di uscire dai loops di pensieri e azioni che spesso si sono rivelati nelle interviste alla popolazione.

Il momento di passsaggio verso la possibilità di riscatto dallo specchio rappresentato dal TEMPO PRESENTE è stato affidato alle parole di Peter Handke nell’Elogio all’ infanzia che ha trasportato gli spettatori verso un nuovo momento scenico. Qui, attraverso il Teatro d’ Oggetti, si è esaltata la capacità della trasformazione attraverso il potere immaginativo.

Quello che è niente per alcuni è tanto per altri. Il testo recitato dall’attrice Laura Marchianò, “Quando il bambino era bambino” di Peter Handke, lo ricorda. Se si sceglie di cambiare il punto di vista, di togliere le maschere a quel bambino che ognuno di noi è stato e sempre sarà,  allora la spontaneità, il gioco, la libertà, la gioia ci faranno vedere ciò che ci ingabbiava con nuovi occhi. Così i limiti, i fallimenti, diventano la porta verso l’inaspettato, la chiave di accesso verso lo stupore. L’immaginario poetico e giocoso si apre e trasforma gli oggetti, che accompagnano gli attori della T.A.M.M. nell’azioni di interno quotidiano di inizio spettacolo (un cuscino, un libro, degli occhiali, ombrelli, una bottiglia e dei bicchieri, un antico ferro da stiro) nei protagonisti della favola del paese addormentato.

Una comunità di oggetti passeggiano uno alla volta su un lungo tavolo nero, e nel loro andare esprimono emozioni ed animi differenti, unici, che rimandano alla varietà degli elementi  costitutivi di una comunità. Poi ritornano a due, a tre alla volta  e si incontrano, come in una piazza, qualcuno si innamora, qualcuno si spaventa, qualcuno lotta o gioca. Piccoli incontri che portano ad un momento complessivo di allegria, in cui tutti condividono la festa, cantando la gioia del vivere. A questo punto accade l’inaspettato, proprio quando tutto sembra sorridere, un oscuro suono stordisce i partecipanti alla festa e come il fuso dell’antica fiaba della bella addormentata punge e tutto cade in un ronzante letargo. Gli oggetti addormentati rimangono inermi sul tavolo e tutto diviene buio

Il suono di un violino e la luce di una lanterna hanno infine guidato gli spettatori a spostarsi verso un altro ambiente. E sono stati i bambini dell’I.C. “V. Padula”, plesso Cappuccini, con la loro freschezza, a portare sulla scena il desiderio di cambiamento. La loro performance, incentrata sul paese addormentato, è stata coinvolgente. Ogni bambino si è trasformato in un supereroe. Ed è riuscito a risvegliare il paese dal sonno profondo in cui era caduto attraverso la messa in atto della fiaba – scritta ed illustrata dai bambini – sul paese addormentato. Grazie al coraggio di moderni eroi ed eroine in un grande gioco fatto insieme, superando i giusti ostacoli previsti da ogni buona storia a lieto fine, il paese potrà essere risvegliato. E così è stato prima della videoinstallazione finale, che ha trasformato tutti, piccoli e grandi, in spettatori del loro futuro, insieme.

Infine, un volo sul paese addormentato, passando per il quartiere Picitti, tra case sventrate e vuote e la natura che si riprende gli spazi umanizzati, accompagnati dalle parole di Wim Wenders, tratte dal libro “Quel che resta”, di Vito Teti, hanno portato spettatori e artisti alla riflessione finale:

“Quando tra milioni di anni

 nessuno sarà più qui e nessuno

neanche lontanamente ci ricorderà,

ebbene i luoghi lo faranno.

I luoghi hanno un pensiero,

una memoria

si ricordano di tutto come se fosse impresso nella pietra,

più profondo dell’ oceano più profondo.

I loro ricordi sono come le dune vaganti che vengono trasportate dal vento.

Per questo ci appelliamo alla loro capacità di rimembrare… affinchè non si dimentichino di noi”.

Wim Wenders

Dopo gli applausi, un ritorno al tempo presente con un intervento a cura delle ragazze  dell’I.T.C.G.T. Falcone, che hanno presentato un progetto di turismo esperienziale, realizzato all’interno del progetto “creativo” Picitti Stories. L’idea è ispirata a progetti già esistenti a Sud Italia, che hanno riscosso grande successo. A collaborare a questo progetto sono stati anche i migranti della Casa di Abou Diabo.

Giulia Zanfino


Condividi:
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

error: Content is protected !!