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“Quando eravamo cionci”, il romanzo d’esordio di Daniel Giorno, una storia d’amicizia vera con le caratteristiche per diventare un film.

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di Werner Altomare

Nel corso degli anni in questa rubrica, abbiamo citato diecine e diecine di libri dai quali sono stati tratti film, oggi vogliamo parlare di un libro che, secondo noi, meriterebbe la trasposizione sullo schermo. Il libro si intitola Quando eravamo cionci, scritto da Daniel Giorno, cosentino di nascita, Luzzese (o meglio: Luzzitano) di sangue. Daniel, da sempre innamorato dei luoghi e delle tradizioni popolari legate al suo borgo d’origine, è alla continua ricerca dei modi diversi di esternare questa sua passione: testi teatrali, poesie, racconti, usando spesso la forma dialettale.

Questo è il suo romanzo d’esordio e il professor Antonio La Marca, che ne ha curato la prefazione, pare condividere la nostra stessa riflessione sulla possibilità di trarne una pellicola quando scrive: “…Daniel, grazie ad una prosa piacevole che scorre senza intoppi, con una successione rapida, quasi filmica, ci riporta indietro nel tempo come una sorta di flashback…”.

Il termine dialettale maschile cioncio è da associare alla persona ingenua; colui che sinceramente e senza malizia alcuna crede a ciò che gli viene detto. Quando eravamo cionci è un racconto generazionale che riporta agli anni dell’adolescenza, che parla di amicizia vera con toni poetici, di quel rapporto che nasce negli anni spensierati della vita e non ti abbandona più. Ci siamo tutti dentro a questa storia: ognuno di noi, da giovanissimo, ha vissuto momenti come quelli descritti. Riprendendo la prefazione: “…è un viaggio nel tempo che richiede costanza ed impegno per superare difficoltà, ostacoli, contraddizioni che provengano da sé e dall’ambiente circostante…”.

Quello che segue è l’incipit del libro che spero possa invogliare a leggerlo e ad augurare, insieme a noi, di poterlo vedere presto trasposto sullo schermo.

Gigino penzolava dal ponte fatto di ciottoli di fiume e mattoni, legato, alla meno peggio, ad una corda di canapa. Gli amici, tutti insieme, da sopra il ponte, stringevamo la corda come fosse una gara di tiro alla fune. Uno dietro l’altro, le mani salde, serrate e strette fino a sbiancarsi, il baricentro all’indietro a far da contrappeso e i piedi obliqui e ben piantati a terra. La concentrazione era massima: non perché uno dei nostri fosse sospeso tra il muretto del ponte e il torrente che placido mormorava d’acqua venti metri più in basso, neanche per la consapevolezza che la sua vita fosse legata a quel filo che noi tutti tenevamo tra le mani. No, quel tipo di consapevolezza proprio non la conoscevamo. Eravamo tutti ben concentrati perché il segno fatto sulla corda, che man mano facevamo scorrere verso il basso, era quasi giunto allo spigolo smussato del muretto. Ecco, quello era il punto: la distanza segnata sulla corda con del nastro adesivo. Lo avevamo attaccato la prima volta che calammo giù Luigi, detto Gigino ‘a gatta, il nostro cercatore. Di corporatura esile, gambe magre e braccia lunghissime, Luigi era tanto agile quanto impavido, fino alla sconsideratezza. Nessun pendìo, nessuna strettoia, nessun burrone era per lui inaccessibile, tanto meno pauroso. Se il Super Santos, durante una delle nostre interminabili partite “aru petrarizzu”, finiva sotto il burrone del torrente San Francesco, Gigino, senza esitazione alcuna, scavalcava la staccionata in tubi di ferro e con fare disinvolto, posizionava, quasi a memoria, piedi e mani nelle rientranze del muro verticale e come un geco, o l’uomo ragno dei fumetti che nei pomeriggi d’estate sfogliavamo avidamente, lo vedevamo scendere verso l’abisso verde di vegetazione e ignote presenze. Luoghi impervi, inospitali e angusti ma non per lui che, con le sue gambe magre e sempre piene di graffi, come un felino nel suo habitat, si intrufolava tra rami e rovi e rottami di vecchie auto finite li chissà come, chissà quando. Ora non c’erano palloni da cercare tra gli arbusti, c’era da cercare il buco nel muro di quel ponte, e non un buco qualsiasi ma quello già ispezionato, sempre penzolando, giorni prima, impresso nella memoria della corda con un pezzo di nastro isolante a segnare la giusta distanza. Ai bordi del torrente, tra i rami degli alberi che si ergevano come colonne, stavano nere sentinelle a scrutare l’intruso ciondolante. Con il loro ininterrotto e gutturale modo di gracchiare, quasi assordante, tentavano, per quanto in loro potere, di spaventare e intimorire il nostro cercatore. Da sopra non vedevamo Gigino, lo sentivamo nel peso della corda.

L’unico contatto era verbale e l’ironia era d’obbligo per sdrammatizzare il momento, pericoloso quanto adrenalinico e scioccamente divertente, per noi “cionci” e irrazionali adolescenti. Allora, alla domanda posta da sopra il ponte se avesse trovato o meno il buco, ‘a Gatta non poteva che rispondere con colorite, irrispettose e poco velate allusioni sconce su ben altri e segreti anfratti delle nostre madri o sorelle.


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