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Il film rumeno Fjord vince la Palma d’Oro al 79mo Festival di Cannes.

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di Werner Altomare

Si è aperta il 12 maggio la 79ma edizione del Festival del Cinema di Cannes, con una cerimonia trasmessa da France Television presentata dall’attrice Eye Haidara e si è conclusa sabato scorso quando la giuria presieduta dal coreano Park Chan-Wook (già più volte in concorso tra il 2004 e il 2022) ha scelto tra i 22 film in lizza, attribuendo la prestigiosa Palma d’Oro a Fjord del regista rumeno Cristian Mungiu che ne è anche sceneggiatore e co-produttore, il quale torna a ricevere il premio a quasi vent’anni da 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni del 2007.

Fjord è un’opera gelida, inquieta e profondamente politica che molti critici hanno già definito tra i film più importanti dell’anno. Mungiu firma un dramma familiare che diventa lentamente un thriller giudiziario, un’indagine morale sull’Europa contemporanea e sulle sue nuove forme di intolleranza.

Ambientato in un remoto villaggio norvegese, Fjord racconta la storia di una famiglia conservatrice travolta da un sistema sociale che considera incompatibili i suoi valori con quelli della società moderna; un film che parla di fede, educazione, identità culturale e paura del diverso, senza mai offrire risposte semplici.

Secondo quanto riporta SkyTg24, i Gheorghiu, sono una coppia, lui romeno lei norvegese, che si trasferisce con i cinque figli nel piccolo villaggio natale di lei, tra i fiordi norvegesi. Apparentemente sono una famiglia tranquilla, profondamente religiosa, molto unita e legata a una visione tradizionale della vita. Educano i figli secondo principi conservatori, per cui i ragazzi non hanno il permesso di usare lo smartphone, non possono accedere a YouTube, non gli è concesso di ascoltare la musica moderna. Le giornate sono scandite dalla preghiera e dallo studio della Bibbia. Ma ciò che per loro rappresenta una forma d’amore e protezione, per la società che li circonda inizia lentamente a diventare motivo di sospetto.

Nel film si costruisce uno scontro molto teso tra due modelli culturali opposti: da una parte una famiglia religiosa convinta della legittimità del proprio metodo educativo, dall’altra uno Stato nordico laico e iper-regolamentato che considera inaccettabile qualsiasi forma di punizione. Se vogliamo, una situazione che ci riporta nell’attualità del nostro Paese con la vicenda della cosiddetta “Famiglia del Bosco”. Il regista, però, non assolve e non condanna l’una o l’altra posizione, semmai lascia allo spettatore una personale valutazione ed è proprio in questa ambiguità morale che sta la vera forza della storia.

Molti critici hanno sottolineato come il film riesca a parlare del presente europeo senza slogan. C’è il tema dell’immigrazione, della religione, della polarizzazione culturale, della sfiducia verso le istituzioni e persino del ruolo dei social media nella costruzione del giudizio pubblico. Ma soprattutto c’è un’idea inquietante che attraversa tutto il racconto: anche le società considerate più evolute possono diventare oppressive quando smettono di tollerare chi vive secondo valori diversi. Fiord certamente non è un film leggero: quasi due ore e mezza dense di dialoghi e cariche di tensioni morali che costringono lo spettatore a profonde riflessioni etiche.


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