Libertà di pensiero e coraggio di restare fedeli a ciò che si è, contro le convenzioni e il potere, nel film di Giovanni Veronesi Dio Ride.
di Werner Altomare
È arrivato nelle sale giovedì scorso Dio Ride, che già dal primo giorno di proiezione si insedia al primo posto per incassi e numero di spettatori e si candida a proseguire su questa strada anche nelle prossime settimane. Il regista, Giovanni Veronesi, torna a dirigere dopo il film documentario La Valanga Azzurra del 2024.
Presentato in anteprima all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, ambientato nella Toscana della metà del 1600, nel pieno dell’epidemia di peste, il film è liberamente ispirato a fatti (forse) realmente accaduti e comunque incastonati in un preciso periodo storico. Il protagonista della storia è l’umile frate cappuccino Leopoldo da Casamacchia, affidato all’interpretazione di Pierfrancesco Favino, il quale consolida con questa prova la collaborazione artistica con Veronesi, già apprezzata in Moschettieri del Re e Tutti per 1, 1 per Tutti; anche in questa circostanza l’attore sfodera una prestazione superlativa.
Nell’epoca in cui la predicazione del cristianesimo avveniva parlando in latino e di conseguenza rivolta principalmente alla popolazione colta con un messaggio severo e punitivo, fra Leopoldo, analfabeta, con al seguito il giovane fraticello Giacinto (Francesco Gheghi), sceglie di parlare alla gente povera in mezzo alla strada, nelle campagne. Parla la lingua del volgo, raccontando il Vangelo con parole semplici, in una maniera nuova, diversa, anche divertente, con una gioia contagiosa piena di sollievo e speranza che conquista il cuore di centinaia e centinaia di fedeli che lo seguono e cominciano a disertare i sermoni in chiesa.
Le gesta del frate giungono fino a Roma, alle orecchie di Papa Innocenzo X (Carlo Cecchi), il quale preoccupato di perdere potere, incarica il Cardinal Maculani (Silvio Orlando), il più grande inquisitore del tempo, di occuparsi della vicenda.
Quello che nelle intenzioni del Pontefice dovrebbe risolversi in un processo per anomalia dottrinale e blasfemia, si trasforma in un profondo duello verbale e spirituale tra il rigore del potere ecclesiastico e la libertà interiore del frate. Il dibattito incrina le convinzioni dei giudici e spinge lo stesso inquisitore, uomo lucido e disincantato che sa bene come funziona il potere della Chiesa, a mettere in discussione le sue certezze. Giovanni Veronesi che è anche sceneggiatore del film insieme a Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, Jean Jacques Llunga e Paolo Portone parla “…di fede non solo religiosa, ma pure nelle proprie convinzioni, nella libertà di pensiero e nel coraggio di restare fedeli a ciò che si è”.
